Non-Consensual Intimate Image abuse
Il termine Diffusione Non Consensuale di Materiale Intimo, noto anche con l’acronimo NCII (Non-Consensual Intimate Image abuse), indica la diffusione, la condivisione o la pubblicazione di immagini e video a contenuto intimo o sessualmente esplicito, comprese fotografie o filmati che ritraggono una persona nuda o seminuda, senza il consenso della persona rappresentata.
Il materiale può essere stato acquisito in modi diversi: all’insaputa della vittima, ad esempio attraverso registrazioni occulte; condiviso volontariamente all’interno di una relazione di fiducia o di un contesto privato; oppure ottenuto mediante coercizione, manipolazione o altre forme di pressione psicologica.
La diffusione non consensuale di materiale intimo rappresenta una delle principali forme di Technology-facilitated sexual violence (TFSV) e costituisce una grave violazione della privacy, dell’autodeterminazione sessuale e della dignità della persona. Numerosi studi hanno evidenziato come questa forma di abuso possa avere conseguenze profonde sul benessere psicologico delle vittime, aumentando il rischio di sviluppare disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ansia, depressione, isolamento sociale e ideazione suicidaria.
Il fenomeno può inoltre intrecciarsi con altre forme di abuso digitale. Tra queste rientrano il deepfake porn, nel quale immagini o video sessualmente espliciti vengono creati o manipolati mediante sistemi di intelligenza artificiale per raffigurare una persona senza il suo consenso, e la sextortion, in cui il materiale intimo viene utilizzato come strumento di ricatto per costringere la vittima a soddisfare richieste di natura sessuale, economica o di altro tipo. La diffusione di questi contenuti avviene frequentemente attraverso social network, applicazioni di messaggistica istantanea, forum online e siti pornografici.
Nel linguaggio comune e nei media, questo fenomeno viene ancora spesso indicato con l’espressione “revenge porn” o con il termine “pornografia non consensuale”. Entrambe le definizioni sono oggi considerate riduttive e inappropriate.
L’espressione “revenge porn”, infatti, suggerisce erroneamente che la diffusione del materiale avvenga esclusivamente come forma di vendetta, ad esempio da parte di un ex partner. In realtà , le motivazioni che spingono l’autore dell’abuso possono essere molto diverse e comprendono il controllo della vittima, il ricatto, l’umiliazione pubblica, il profitto economico, l’estorsione, il divertimento o il semplice intento di arrecare un danno. Limitare il fenomeno alla sola dimensione della “vendetta” significa quindi non rappresentarne la reale complessità .
Anche il termine “pornografia” risulta problematico, poiché può evocare l’idea di una partecipazione volontaria della persona ritratta o di una produzione destinata alla diffusione pubblica. Questa associazione rischia di alimentare fenomeni di victim blaming, spostando implicitamente l’attenzione sulla condotta della vittima anziché sull’illecito commesso dall’autore. Nella maggior parte dei casi, infatti, il materiale era destinato a un contesto strettamente privato oppure è stato ottenuto senza il consenso della persona rappresentata.
Per queste ragioni, la comunità scientifica, le organizzazioni internazionali e gli operatori del settore preferiscono oggi utilizzare il termine Diffusione Non Consensuale di Materiale Intimo (NCII), ritenuto più accurato, neutro e rispettoso delle vittime, in quanto descrive il comportamento illecito senza attribuire implicitamente motivazioni all’autore né contribuire alla stigmatizzazione della persona offesa.